Come lo sconforto.



E così talvolta ci troviamo in suo ostaggio. Ospite non gradito, lo sconforto. Un'estraneo che banchetta con noi. E talvolta alloggia, stabilmente in noi. E a noi si affeziona. Lo conoscete? Lo sconforto confina a nord con il dolore, a sud con la gioia, a ovest con la rabbia, a est con la speranza. Lo sconforto è causato da mari mossi, ma più spesso da mari calmi e assenza di venti. Lo sconforto è provocato da bollette da pagare, ospedali, funerali, furti, donne, distanze, assenze, presenze. E da parole dette e parole non dette, programmi televisivi, politica. Lo sconforto si prova quando le giornate si accorciano e quando si allungano. Lo sconforto si prova la domenica pomeriggio pensando a lunedì. Lo sconforto emerge quando si guarda una vetrina con oggetti che non possiamo avere ma anche quando gli oggetti che possediamo si svuotano di significato. Lo conforto ci fa vivere con lo sguardo rivolto all’indietro, alle cose passate ed emerge col ricordo di una persona che non c'è più, un amore che non c'è più, una speranza che non c’è più, una possibilità che non c’è più. Degli anni che non ci sono più Per sopravvivere e per alimentarsi, lo sconforto ha bisogno di una colonna sonora sterminata. Dolce e melanconica. Ma, lo sconforto finisce. Cos’è che lo fa scomparire? Una telefonata che sembrava non arrivare più. Il cioccolato, un buon bicchiere di vino, il primo bagno al mare, una serata con gli amici. Sapere che per noi alcune persone ci sono sempre. Un incontro inaspettato. Un incontro atteso. Lo sconforto si dissolve con lo stupore di un tramonto. Con lo sguardo di un bambino. Anche se una nuvola oscura la nostra giornata, lo sconforto svanisce se alziamo lo sguardo verso l’orizzonte in cerca dell’ultimo flebile filo di luce. Un temporale non può durare tutto il giorno e l’oscurità vive e prospera solo di notte. Al mattino svanisce. Sempre. Armati di luce. E ritornare a combattere il giorno seguente.

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